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martedì 21 luglio 2020

In Uscita il 2° Vol. della Trilogia: "Le Radici Storiche del Cristianesimo" di Ottavio A. Bisignano





Dedica



Perché l'oblio del tempo, che “involve tutte le cose nella sua notte”, non abbia vanto, offuscando il ricordo dei meriti o l'aura leggendaria delle persone estinte, a noi care; e con la consapevolezza di chi crede nell'immortalità dell'anima, e, quindi nella continuazione della vita dopo la morte, dedico, con animo grato, il presente volume alla memoria del Dott. Antonio Barbieri. Egli fu un sagace estimatore ed esegeta delle mie opere, nonché sincero amico, da cui ho ricevuto equilibrate ed illuminanti sollecitazioni ed esternazioni di apprezzamento, ed essenziali osservazioni di metodo e di catàstasi, per lo studio, la valutazione e l'interpretazione degli eventi storici delle civiltà antiche e di quella moderna e contemporanea. Anch'Egli Autore di numerose opere letterarie (saggi, romanzi, raccolte varie di poesie e fiabe). Intellettuale onesto, acuto osservatore della realtà sociale e politica, e delle molteplici problematiche dei nostri tempi; libero opinionista, analista, forbito politologo, non dipendente o legato ad alcuna consorteria politica, settaria, ideologica, nichilista, come tanti altri pseudo-intellettuali dei nostri giorni! Tutta la sua attività come studioso, scrittore e critico può essere considerata a mio avviso o riassumersi come un'ampia rassegna cronologica delle conoscenze sociali, filosofiche e antropologiche, pertinenti alle questioni, talora oscure e controverse della storia umana. Ci piace, ancora ricordarlo, con le parole di Andrea Taddei, scritte e da noi estrapolate e riportate di seguito da un'incisiva, seppur icàstica, pregevole e brillante Prefazione ad un suo libro di poesie - uno dei tanti - dal titolo, invero vago, ma alquanto capzioso: “Ballobeghebolle...del Bazar”, Ibiskos Editrice, 1988. “Antonio Barbieri si presenta a noi fuori del tempo, usando la parola nel divenire della sua stessa essenza. Forgiando parole che sembrano già vecchie, nell'istante in cui vengono pronunciate, sorpassate nell'atto stesso in cui vengono espresse, in un fluire non interrotto di pensieri, che come squarci di luce, alternano i chiaroscuri della nostra immaginazione. A noi non può restare che chiudere gli occhi e tornare bambini.” Sicché occorre diventare bambini, non per fuggire o evadere dal mondo, ma per vivere ed amare come Dio ci ha amato, con la purezza del cuore, non cedendo alle turpi passioni e alla menzogna; ovvero diventando operosi divulgatori, appassionati ricercatori e/o testimoni per il conseguimento - secondo la massima evangelica - del bello, del bene e della Verità. Esplicitando il senso del pensiero dello stesso Barbieri, unirsi al “Sacro” - la parte insondabile del nostro essere - che ci collega, credenti e non al mondo, al cosmo, al mistero del creato, come Egli ha descritto o rappresentato, fantasticamente, nelle sue opere (poesie e favole). Perciò, mossi e sostenuti dalla volontà, non tanto per conseguire l'affermazione o il successo personale, da lui così definito: “la nostra pretestuosa arroganza, la nostra supponenza o la becera idolatria delle nostre squadrature mondane, che illuminandoci di sicura e in oscurabile ribalta ci soffocano”, quanto, piuttosto, per divulgare le nostre conoscenze e i risultati delle esperienze, come studiosi delle varie discipline o campi della cultura, della Storia e della Scienza. Coerentemente con quanto sopra asseverato e nella costanza delle idee e dei propositi le nostre energie, attività artistiche, culturali e relazionali furono nel lontano passato rivolte, preminentemente, all'emancipazione sociale, intellettuale e spirituale degli esclusi e dei poveri della società, del mondo tecnologicamente avanzato ed economicamente globalizzato, ma che mostra segni preoccupanti del declino, a causa delle divisioni, dei privilegi e delle ingiustizie. A conferma di quanto detto e a testimonianza della reciproca stima e della profonda amicizia, che ci legò in un elettivo sodalizio culturale, per un lungo e fruttuoso periodo, accomunati dagli stessi nobili sentimenti ed elevati ideali sono le numerose attività socio-culturali svolte ed ampiamente documentate, che ottennero consensi favorevoli con grande risonanza mediatica e della stampa locale e nazionale, e rinomanza in vasti strati sociali e nei circoli o ambienti accademici. Or dunque, la Storia - magistra vitae - è la Scienza che studia il sorgere, lo sviluppo, lo svolgimento e l'ineluttabile declino delle civiltà umane, in tutte le diverse forme in cui si sono manifestate (strutture ed istituzioni statali, sociali, culturali, religiose e morali). In quanto ricostruzione del passato nelle sue linee di sviluppo, lo studioso deve particolarmente registrare quei fatti ed eventi, che hanno esercitato un'influenza notevole, anche sugli eventi successivi. La vera rivoluzione o filosofia della storia nasce col pensiero cristiano e dalla civiltà, che da esso scaturisce con la forza travolgente, irresistibile del suo spirito di rinnovamento, sfociante nelle grandi trasformazioni radicali e nelle opere mirabili, che si sono registrate nel corso dei secoli, secondo il principio vichiano: “Verum et factum convertuntur”. Identificazione, quindi, del processo della conoscenza piena, assoluta per “causas” dei grandi eventi storici, col processo dei grandi eventi della vita e della storia ordinaria degli uomini; ovvero integrazione od identità del pensiero e della libertà coi fatti storici nel loro sviluppo non dialettico o predeterminabile. La libertà intesa, ovviamente, come forza creativa di scelta e di espressione, non perciò limitata ed oscurata dal relativismo moderno e dalle sue ideologie fuorvianti e pseudo-religiose, così diffuse nei nostri tempi, perniciose, letali e nichilistiche.

L'Autore



Introduzione



La compagine storico-sociale, fin dalle sue origini, con la sua ricchezza e molteplicità di razze, culture, culti e velleità, in modo più o meno consapevole e volontario, fu protagonista, nel corso dei millenni, di un unico, immenso progetto e anelito, che è coinciso con la storia della salvezza dell'uomo sulla terra. Un progetto antico, ma anche attuale, dove la creatura umana, in modo responsabile ha riconosciuto la Legge di Dio, che si animò nel “roveto ardente” e prese forma fra gli Ebrei, rivelandosi nell'imperfezione umana al Profeta Mosè, il Legislatore per eccellenza, che la superò e la rivestì di dignità e deità, attraverso la sua Alleanza e suggellando un patto con gli uomini.

Il piano orizzontale su cui si andò a stendere e a comporre la trama di questo tessuto, non esclude nulla, in quanto le vicende umane sono fatte di guerre, soprusi e iniquità, dove la luce della ragione si oscura, in contrasto con la realizzazione del progetto di Dio Padre, lasciando all'ordìto della storia, nella sua dimensione verticale, la strada per imporsi e realizzarsi nella sua totalità. In questo quadro, le figure umane, che Dio scelse emersero dallo scorrere del tempo, ma non si adeguarono alle mode del mondo, non si assimilarono al linguaggio comune, anzi ne assunsero uno nuovo, diverso, inclusivo e per questo universale, sconosciuto agli uomini, per portare la conoscenza della Legge a compimento, e permettere al figlio dell'Uomo di nascere e al Verbo di incarnarsi, come “Gesù Cristo, il Figlio di Dio”. Difatti, come ha argomentato in modo dotto l'Autore, professore Ottavio Amilcare Bisignano, nel suo secondo tomo della trilogia, la nascita di Gesù Cristo e lo sviluppo del Cristianesimo andarono ad incidere, profondamente nel solco della storia degli uomini, in modo indelebile, condizionando gli eventi futuri della regione medio orientale della Palestina, luogo di conquista dell'Impero romano e la vita dei popoli di tutto il bacino del Mediterraneo, ridisegnando i confini ideologici, antropologici e sociali delle tradizioni storiche millenarie. È proprio in questo scenario geopolitico, che prese vita la Nuova Religione, il Cristianesimo delle origini, al tempo di Erode, in Giudea, nel territorio della Galilea, dove la legge mosaica della Tōrāh, era profondamente radicata nella tradizione giudaica e rabbinica, oggetto di studio approfondito dell'Autore del presente volume.

La nascita profetica di Gesù di Nazareth, detto il Cristo, il Re dei re, nel mondo sovvertì l'ordine di ogni principio umano, ruppe ogni equilibrio sociale, si indignò di fronte alle ingiustizie del potere umano, rivelando tutta l'empietà della menzogna e delle sue ipocrisie. Il suo messaggio fu dirompente e rivoluzionario, poiché nonostante le persecuzioni e le proibizioni violente e crudeli dei primi secoli, si radicò nei cuori degli oppressi e degli ultimi, riuscendo ad affermarsi nelle regioni pagane dell'Impero, proprio, laddove, il Regno di Roma fu più coercitivo, sfarzoso ed opulento. Il messaggio consolatore della Nuova Religione, insegnò che la morte non coincide più con l'interruzione della vita, non è la fine di tutto, ma esso rappresenta l'inizio della rinascita del corpo e dello spirito in una dimensione divina, un luogo di pace e giustizia, dove gli uomini sono tutti uguali e trasfigurati nella luce della Verità. Pertanto, la morte in croce e la Resurrezione del Cristo, non spensero il fervore dialettico verso il suo Paraclito, e il Cristianesimo si affermò e si consolidò nei millenni, soprattutto in concomitanza con la successione dinastica degli imperatori romani, all'indomani della morte di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, in relazione alle lotte intestine per la gestione ed il controllo dei principali centri di potere, nelle province dell'Impero.

A Roma le dottrine del Mitraismo e dello Zoroastrismo, che dominarono la scena nel panorama cultuale, religioso, pagano e i loro riti misteriosofici e soteriologici, provenienti dal mondo orientale, dopo la morte di Gesù Cristo, gradualmente vennero oscurate dalla diffusione delle prime comunità di cristiani, ad opera del proselitismo dei suoi Discepoli, portatrici di una religione monoteistica, quale elemento essenziale per la diffusione della fede nel Vangelo, senza tralasciare l'interpretazione ed il valore esegetico dei miracoli, l'importanza dello spirito missionario dei credenti, le persecuzioni e la sconvolgente testimonianza dei martiri, con la nascita di una nuova cultura identitaria e universale ispirata alla Rivelazione, insieme con lo sviluppo dell'Apologetica - un sistema di pensiero teologico, che mirava ad esaltare, a difendere e a dimostrare il suo indefettibile carattere divino -.

Il messaggio cristiano, fu sconvolgente, reazionario e salvifico, completamente estraniato dalla mentalità e dai rituali dell'epoca, rivolto a tutti gli uomini da un Dio, che si è fatto uomo, per la redenzione di tutti, che è destinato ad essere condannato e perseguitato per la salvezza di molti. Una religione dove si predicava una condotta umana basata sull'amore fraterno e sul servizio caritatevole verso il prossimo, dove tutti gli uomini erano uguali dinnanzi a Dio. A Roma, il clima di persecuzione che si abbatté sulle prime comunità dei cristiani, li costrinse alla clandestinità e al nascondimento nelle catacombe, ma paradossalmente, le avversità andarono a rafforzare l'identità cristiana e la diffusione del messaggio evangelico si diffuse, nella segretezza in tutto il territorio dell'Impero romano, soprattutto ad opera di due Apostoli di Gesù: Pietro e Paolo. L'apostolato di San Pietro e San Paolo fu determinante per la diffusione della nuova religione, che sin dal II secolo d.C. appariva ai romani, diversa dal giudaismo e pericolosa, perché considerata una minaccia concreta all'unità, alla centralità e all’universalità del potere imperiale nelle province del regno. Questa minoranza religiosa, rifiutava i culti ufficiali diffusi a Roma, dottrine pagane e idolatre, che venivano considerate fattore di coesione sociale e politica, a cui i primi Cristiani, però, opponevano un messaggio universale di libertà, equità e giustizia sociale, che contrastavano con i prodromi dittatoriali e totalitari dell'ideologia imperiale.

Tuttavia, la novità della perfezione del messaggio cristiano, condensata nel suo valore intrinseco di eternità e nella sua essenza di Verità rivelata, ne assicuravano il processo di divulgazione e diffusione in tutte le regioni dell'Impero. I due Apostoli ebbero entrambi il loro specifico mandato: Pietro designato da Cristo, come primo ministro della Chiesa a Roma, Paolo, scelto da Dio Padre, col suo carisma, per essere il principale evangelizzatore nell'area medio-orientale dell'Impero, dove erano presenti numerosi pagani.

San Paolo, con la sua evangelizzazione itinerante, fu riconosciuto come l'”Apostolo dei Gentili”, seguito ed apprezzato dai pagani greci e romani, per la sua capacità di comunicare con il popolo, predicando un messaggio salvifico, cristocentrico, inclusivo, privo di osservanze rituali e forme cultuali, propriamente riferite al mondo giudaico, come la circoncisione e alcune prescrizioni alimentari, che erano distanti dalla cultura greco-romana del tempo. Tutto ciò, contribuì a definire un distacco netto con il mondo ebraico e a definire i caratteri propri della nuova fede, che principalmente aveva come centro di gravità la figura di Gesù Cristo, Figlio di Dio, divenuto uomo sulla terra, per salvare tutti gli uomini, senza distinzioni di razza, cultura ed estrazione sociale.

San Paolo, per questo motivo, privilegiando il carattere universalistico e missionario del messaggio salvifico, venne considerato l'iniziatore della dottrina teologica cristiana. La nuova religione fu un messaggio di emancipazione e riscatto, che proprio nel cuore degli ultimi e dei poveri della terra attecchì con più vigore, perché rappresentò una fuga dalla realtà crudele della violenza, un rifugio dalle sofferenze, dalle ingiustizie e dalle prevaricazioni, ed è per questo che si diffuse soprattutto tra le classi degli schiavi e dei reietti della società romana, ma non solo, più tardi, anche le classi del ceto medio-alto, tra cui i ricchi aristocratici, insoddisfatti dei culti pagani, iniziarono a guardare con favore a quella religione molto sentita e praticata dal popolo. A Roma, la figura dell'Imperatore, che era ossequiato e venerato fino a quel momento come un dio in terra, entrò in contrasto con il carattere sociale del Cristianesimo, una dottrina che propugnava il monoteismo religioso, l'eguaglianza fra popoli e la priorità dei valori dello spirito rispetto a quelli materiali e politici, dove, perciò ogni uomo era uguale a tutti gli altri uomini, e per questo nessuno si poteva venerare per la sua presunta “deificazione”.

Questo contribuì, purtroppo, a generare ira, sospetto e diffidenza nel popolo romano, che degenerò nella violenza delle persecuzioni, ad opera degli Imperatori, tra cui Nerone e Diocleziano, noti per le loro atrocità e crudeltà, che si scatenarono nei confronti delle prime comunità di cristiani e che ancora vivevano nella clandestinità. Fu proprio in questo periodo, sotto il regno di Nerone, che Pietro e Paolo - le colonne alte della Chiesa universale di Gesù Cristo - furono imprigionati e martirizzati a Roma.

Dopo la morte dei primi martiri cristiani, intorno al II secolo, nonostante le terribili persecuzioni, l'opera degli Evangelizzatori e degli Apologisti continuò in tutto l'Impero e attraverso le loro opere si diffusero insieme ai testi biblici ebraici, anche, i quattro vangeli, sulla vita di Gesù Cristo e sui suoi insegnamenti e le Opere, come l'Apocalisse di san Giovanni e gli Atti degli Apostoli. L'opera degli Apostoli di Gesù, come San Pietro e San Paolo, nelle prime comunità di cristiani coincise con il fiorire di una Chiesa primitiva, inizialmente identificata nella costituzione delle prime “chiese domestiche”, nelle abitazioni private dei fedeli, dove avveniva l'incontro comunitario di preghiera, con a capo un Vescovo e al di sotto numerosi presbiteri e diaconi, in stretto contatto fra loro. La Chiesa delle origini assunse, quindi, una sua struttura gerarchica, una sua precisa fisionomia che trovò, poi, la sua espressione formale nella costituzione delle prime Congregazioni di preghiera e degli Ordini religiosi, da cui trarre poi la fondazione del proprio Clero, e nell'edificazione di maestose Cattedrali e Templi, sorti nei secoli, dove adorare Dio, riconoscerLo e per rivolgersi a Lui, ancora una volta, con le parole di Pietro, che rispose al Maestro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16, 13-20).

Dunque, questo mio breve excursus storico-sociale sottolinea, chiaramente, il tenore narrativo, rigoroso e scientifico e il grande valore letterario e filologico di questo volume, dove l'Autore, il professore Ottavio Amilcare Bisignano, compie un'indagine diligente e scrupolosa, sulle origini del Cristianesimo, ricostruendone i fatti storici, alla luce dei documenti esegetici e storiografici, e rivelando in modo esauriente e analitico i temi sociali e antropologici, che determinarono lo sviluppo del carattere universalistico della Nuova Religione, all'indomani della morte di Gesù di Nazareth, in tutta l'Asia e il bacino del Mediterraneo.

Pertanto, la costruzione dell'Opera storica del Nostro, ci appare come un magistrale compendio divulgativo e didascalico, frutto di laboriose ricerche e studi complessi, in cui traspare in modo perfetto la capacità dell'Autore di raccontare gli accadimenti umani, alla luce della sintesi della Verità storica, ricapitolando elementi e argomenti essenziali, in una matrice culturale ed intellettuale, pregna di intuizioni e sapienti divagazioni filosofiche e teologiche. Ciò rende la lettura di questo testo, estremamente agile, fluida e piacevole, anche per la vivacità e la profondità delle figure evocate dallo Scrittore, che descrive e approfondisce in modo del tutto originale e personale l'oggetto della sua analisi.

La sua grande ricchezza espressiva, con l'intensità narrativa delle immagini rappresentate e la molteplicità degli spunti simbolici, ideologici ed intellettuali utilizzati, quindi rivelano il forte valore esegetico dei testi, che compongono questa unica e irripetibile Storia della Cristianesimo, in un'epoca, come quella di oggi, in cui tutto ciò sembra essere ormai dimenticato e rifiutato, in nome di una dittatura positivista e nichilista, ormai non più velata, che ha prodotto un relativismo di pensiero mistificatore, dove alla dottrina della vera Fede, ha contrapposto bizzarre ideologie sincretiche ed ecumeniche, lontane dal percorso universale del progetto salvifico, prefigurato da Gesù Cristo, Figlio di Dio, tanto in linea con le mode fugaci del mondo, ma che hanno smarrito la retta via, accostandosi pericolosamente all'apostasia e alla negazione della Verità Rivelata.

Questa azione distruttiva e occulta, tuttavia, non potrà mai cancellare ciò che è stato, né negare la Verità della Chiesa sulla terra e tacitare il pensiero libero, ispirato e profetico, di quanti, come il nostro Autore sagace hanno deciso di essere i “Figli della Luce”, come insegna il Vangelo nella sua proverbiale espressione: “Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'Inferno non prevarranno contro di essa” (Matteo 16, 18).


M° Emanuela Turrini

Musicista - Compositrice - Poetessa


venerdì 25 gennaio 2013

Nasce a Cosenza la 1a Ed. del Concorso Letterario Internazionale - Premio "La Rinascenza della Calabria" - Anno 2013

Concorso Letterario Internazionale
Poesia - Narrativa - Arti

Premio
“La Rinascenza della Calabria”

Iª Edizione



L'Associazione Culturale CVI - CREDENDO VIDES International - in collaborazione con la Casa Editrice CLIODEA di Atanasio Bisignano Editore e con l'ausilio del Circolo Culturale Re Alarico di Cosenza, indìce la prima edizione del Concorso Letterario internazionale di Poesia, Narrativa e Arti dal titolo: Premio “La Rinascenza della Calabria”. Il Concorso promuove lo sviluppo degli studi umanistici e la ricerca didattica in campo artistico e scientifico, nell'ottica di un fecondo e reciproco confronto dialettico e culturale tra le varie Arti, che abbiano come finalità la solidarietà, la fratellanza, la comunione sociale e il rinascimento intellettuale. Come Concorso di “Eccellenza Letteraria”, Esso diviene, pertanto, uno strumento prezioso per la divulgazione del vasto e poliedrico patrimonio culturale calabrese, in campo nazionale ed internazionale; in particolar modo la sua istituzione promuove la conoscenza di quei fenomeni culturale, sociali e antropologici che sono rappresentati da quelle figure di letterati, poeti, artisti e liberi pensatori, che per valore etico e qualità culturale tipicizzano, esaltano e diffondono la conoscenza del territorio calabrese, e quindi dell'Italia Meridionale in Europa e nel panorama Mondiale. All'interno del Concorso, inoltre, due sezioni sono dedicate alla promozione delle tradizioni artistico-culturali ed etno-storiografiche dell'antica e nobile città di Cosenza, l'antica “Città Brezia”, e delle minoranze etniche presenti sul territorio italiano, in specie albanofone. Infine, una sezione speciale sarà dedicata ai giovani autori-artisti esordienti di età non superiore ai venti anni. Sarà una Giuria qualificata, composta da personalità del mondo scolastico-universitario, accademico ed artistico, che valuterà e decreterà i vincitori assoluti delle varie categorie culturali.
Tutti coloro che parteciperanno, con lavori inediti, riceveranno un attestato di partecipazione con il logo dell'Associazione CVI, con una scheda di valutazione, su richiesta, e saranno menzionati sui portali:

L'allestimento del Concorso, prevede il patrocinio delle Istituzioni.
Il Premio ha finalità benefiche; pertanto, eventuali surplus gestionali derivanti dagli introiti dello stesso, saranno finalizzati al conseguimento di iniziative, che abbiano carattere socio-culturale ed assistenziale, a beneficio della comunità e/o progetti culturali ed artistici rivolti alle nuove generazioni, che vedano protagonisti i giovani nel mondo scolastico-universitario ed artistico.



lunedì 4 aprile 2011

Studio Critico Introduttivo: Donatella Bisignano

Studio Critico Introduttivo


“(...) Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. - (...) Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. (...) se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio (...).”

Pico della Mirandola (“Oratio de Hominis Dignitate”)



Questo nuovo libro dal titolo: “La Primavera Rivelata”, che la Professoressa Mariarosaria Salerno, esperta e insegnante di Storia dell'Arte, ci offre come dono della sua anima profonda, sensibile e religiosa - dopo una mia attenta analisi e lettura - si rileva molto interessante, pregevole e prezioso al pubblico di ogni età e formazione scolastica, sia dal punto di vista didattico, che dei contenuti conoscitivi, trasmessi da Ella con dovizia e cura dei particolari; ed ancora con acume e perspicacia di abile studiosa, che ha affrontato la materia qui trattata, ricorrendo anche all'apporto e al confronto delle varie discipline; e allo studio autorevole o ai contributi degli studiosi e dei critici d'arte di gran fama.

È, infatti, leggendo l'argomento principale del testo e cogliendone, pure, l'aspetto non soltanto tipografico e illustrativo; ma anche fotografico e grafico - senza alcun dubbio molto ben curato - c'è molto da apprendere e da comprendere, dato che l'Autrice, con questa nuova pubblicazione, a carattere ampiamente divulgativo - che ben merita - giunge alla bellissima riflessione che “l'arte non è imitazione”, ma creazione di mondi simbolici, attraverso il potere dei suoi stessi strumenti e dei suoi linguaggi; in altre parole essa è “invenzione”; e secondo una visione più ampia, è apportatrice “di verità” oppure ancora è presentazione “di un mondo”, che può apparire per alcuni tratti meraviglioso e inusuale; inquietante, incomprensibile e oscuro; per altri gioioso e bello - quest'ultima concezione troverà, inevitabilmente, poi, la sua massima espressione persino nella questione “etica”. Il grande archeologo e storico dell'arte Winckelmann scriveva: “Un popolo bello produce cose belle”.

A questo proposito, esplicitando ulteriormente il punto di partenza di tale definizione si rielabora, altresì, che l'arte non è “né produzione di puri segni come quelli della matematica”, “né semplice riproduzione funzionale di un'immagine”; bensì una qualsiasi opera d'arte esibisce “forme sensibili e significative” che possono essere figure a duplice o a molteplice senso, cioè “i simboli”. In vero, l'arte esprime una verità ancora più profonda di quella, oggetto della filosofia, attraverso “l'invenzione poetica”. Se appunto la conoscenza filosofica può dirsi limitata, la conoscenza poetica, come allo stesso modo l'arte permettono di cogliere le infinite sfumature della realtà, dell'Universo; proprio attraverso “la capacità creativa della nostra mente umana” ed ancora attraverso la piena libertà, la sensibilità e l'intuizione, che sono le qualità tipiche possedute dall'artista-genio.

Pertanto, l'opera creata diviene la traccia, per comprendere appieno tutta l'interazione tra la realtà e le qualità appena menzionate, che sono comuni a tutti gli uomini; ma che solo l'artista, proprio perché è tale, sa esprimere e oggettivare. Ora questo nuovo modo di intendere l'arte trova la sua massima espressione, proprio, nel secondo Cinquecento; a tal proposito basti ricordare il significato essenziale dato ad essa dal filosofo campano Giordano Bruno, che ne valorizza la dimensione fortemente creativa, come produzione di novità, di crescita; e perché no, anche come espressione puramente “personale e spirituale”. Ogni artista ha una “sua poetica” da tradurre e realizzare nella propria opera; pertanto oltre ad aver uno spiccato estro creativo avrà anche un progetto, un sogno o un'aspirazione da sviluppare; senza però tralasciare anche l'aspetto emozionale, affettivo, bizzarro - caratteristiche in questo caso - possedute dall'artista-creatore.

In tal modo, cambia il significato del termine “arte” inteso come tèchne, che era in uso appunto nel Quattrocento; infatti con ciò si indicava un sapere fondato su un sistema di regole da trasmettere, apprendere e verificare; per trasformarsi in qualcosa dippiù creativo, originale, personale, estetico, che rivela e conduce “alla verità”. Il tema del testo, qui presentato, oltre a porre nuovi interrogativi, credo che si sviluppi e si articoli - in una forma molto ampia e naturalmente approfondita - su più temi; difatti la Salerno, passa in rassegna tutte le interpretazioni passate e moderne, del quadro; per arrivare poi al nuovo modo di ripensare l'arte, di rivalutare la vita tenendo conto di come, oggi, più di ieri ci sia una spasmodica ricerca del “bello” o “della bellezza”; e forse il motivo di una simile condizione, va ricercato proprio nel fatto, che adesso non solo nel nostro piccolo o nella nostra quotidianità; ma credo nell'intera Umanità stia avvenendo - in maniera inesorabile - la disgregazione “di quei valori tradizionali”, da sempre difesi e trasmessi alle generazioni future; basti pensare, a tal proposito, a quegli ideali di forte stampo platonico quali: il bene, il buono, il bello, la giustizia, la virtù, la verità, l'amore per il prossimo e l'eros; per trattare poi finanche la questione “dell'estetica”, del “gusto”, “del sentimento”, “dello stupore”, “del genio”, “della creatività” e “dell'immaginazione”, “della natura e del suo rapporto con l'uomo”, dell'articolazione “tra forme e colori”, “delle reazioni o dei meccanismi psicologici” per cui un'opera può dirsi bella o brutta, “dell'innamoramento”, “della poesia”, “del mito”, ecc. ecc.

Non a caso, la professoressa Salerno, all'interno del suo saggio cita anche il Bisignano - scrittore e poeta - annoverato tra i più autorevoli studiosi contemporanei. Il professore Bisignano è riuscito con doviziosa precisione a far comprendere l'importanza del mito greco anche ai giorni nostri; e questo perché dietro “i racconti leggendari” o “le scene favoleggianti” si riscopre sempre la vera conoscenza, la memoria storica e il passato che rivivono a dispetto del mutare continuo, che caratterizza la nostra esistenza; ed allora, ecco che ogni cosa la si coglie nel suo contrario; nella sua veste dualistica, mitico-simbolica, religiosa, spirituale e terrena, nonché nella sua interezza. Per essere più precisa - in questo caso - mi piace richiamare l'attenzione del lettore, proprio a due delle sue poesie, contenute nel testo, dal titolo: “Composizione di sogno e realtà nel quadretto descrittivo della Primavera” e “Il Mito della Primavera”, con cui l'Autore celebra poeticamente e con maestria le sensazioni che si provano e che si osservano all'arrivo della primavera, che rappresenta la rinascita, la vita, la natura che germoglia dopo il lungo letargo dell'inverno.

A tal proposito, ecco cosa scrive Bisignano: “Appena Persèfone / si liberò dall'abbraccio / di Ade, fosco dio / dell'Averno, per ricongiungersi / alla madre Demètra, / dèa della terra / e della fertilità, / la luce del sole / ritornò ad inondare / i campi sterili / e la vita / riesplose nei primi / germogli del grano, / dell'erba e dei fiori, / dei frutti degli alberi / avvizziti / e nel fluire delle acque / limpide / dalle fonti disseccate”. /

Come si può leggere il poeta ha ripreso nei suoi versi “il mito greco di Persèfone” che nella trasposizione latina diventa “il mito della dèa Proserpina”, che racconta di come l'arrivo della Primavera sia sancito proprio dall'arrivo di questa divinità sulla terra, che porta con sé l'abbondanza; e che il suo ritorno nell'Ade, sei mesi dopo, coincida con l'arrivo dell'autunno e dell'inverno, per ritornare a rinascere, nuovamente, con la vegetazione, la primavera successiva. Dunque, anche oggi, si riscopre fondamentale il ritorno al mito e gli studenti dovrebbero studiare con passione i racconti mitologici, proprio perché il linguaggio usato nei miti, oltre ad essere universale ha una forte impronta educativa, basti pensare che esso ha lo stesso valore dato “alle favole che noi adulti raccontiamo ai nostri bambini”.

Il mito è importante perché è diretto, schietto e apre la mente al passato e alle diverse interpretazioni, che ci permettono di cogliere la complessità della nostra vita, migliorando la nostra capacità di vedere, capire e comprendere noi stessi e gli altri; senza trascurare anche la sfera sessuale o erotica. È altrettanto importante comprendere che il mito e i suoi simboli utilizzano un linguaggio, che parla per immagini, appunto - lo ribadisco - per simboli, che ci permette di comprendere maggiormente la realtà, recuperando il ricordo, migliorando la nostra creatività e pure l'aspetto ludico; ed ancora, ci permette di entrare in relazione gli uni con gli altri, di comprendere il nostro intimo, le cose, le situazioni, le persone, le strutture sociali, le tradizioni, i riti. Ma, ritornando al Bisignano, vorrei concludere, citando brevemente alcuni degli altri versi - che a mio parere - sono dotati di straordinario lirismo, di grande impatto emotivo e di forte “immagine evocativa”. Ecco, quanto scrive il poeta: “Sonnolenza e torpore / del risveglio. / Io vivo / tu vivi / respirando / l'aria di questa primavera / che ci porta l'euforia / di una stagione vissuta”. / Ed ancora: “Tutta la vegetazione si libera / dalle brume dense dell'inverno / ai primi tepori primaverili. /

Intorno a noi un tappeto / di colori su cui si frange / un rivolo di luce”. / Senza dubbio molto bravo il poeta nell'essere riuscito ad esprimere la vitalità, i colori, ed il tepore tipici della stagione primaverile, che regala ai due amanti benessere, gioia, emozioni e tanta bellezza. Diceva il filosofo greco Platone: “la potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello”. Dopo questa breve parentesi, che era giusto fare, riprendo il mio discorso sull'analisi del testo ed ancora mi soffermo sull'opera d'arte, per chiarire qualche altro elemento, che a mio avviso non va tralasciato, in merito alle attività o facoltà artistiche.

Insomma, questo modello rappresentativo, qui riproposto e rispolverato, di quel determinato periodo storico, porta inevitabilmente all'idea che l'opera d'arte ha a che fare con la verità, di cui noi stessi alla fine ne siamo parte. A testimonianza di quanto è stato detto vi rimando allo studio del pensiero filosofico di Giambattista Vico - filosofo e storico - che sosteneva difatti “che l'arte aveva il compito di custodire e rivelare una verità originaria; per cui l'arte è la verità in se stessa. Anzi essa esprimeva verità intraducibili e di superiore densità simbolica, mettendo in contatto l'uomo antico direttamente con le verità fondamentali dell'esistenza, del cosmo e della storia; e in ultima analisi proprio con il divino”.

Ed ancora, egli dice: “che il mito non è un'allegoria di concetti astratti, né una narrazione di fatti accaduti, ingranditi dall'immaginazione; esso nasce dall'intuizione della fantasia, assumendo come la poesia un significato storico”. Ma questo lavoro, che io ritengo essere “un buon manuale” di apprendimento, che tutti dovrebbero studiare, non fa riferimento solo al variegato mondo dell'arte o alle emozioni che possono trapelare ponendoci di fronte ad una tela come quella del Botticelli; nel caso specifico “il quadro della Primavera”; ma soprattutto ci offre gli strumenti necessari per cogliere gli aspetti enigmatici, metafisici, filosofici, storici e biografici, che quest'opera pittorica ha comunicato e continua a trasmettere, malgrado sia passato molto tempo, alle giovani generazioni di questa nostra realtà odierna.

Ecco, dunque, la bravura dell'Autrice, che sa mettere insieme nel libro - in una chiave interpretativa moderna - tutti gli elementi, ovvero quei criteri necessari per giudicare in pieno quest'opera mirabile del Botticelli; ed apprezzarla non soltanto esteticamente, ma riconsiderandola valida e apportatrice di ulteriori verità, che trapelano dalla vita, dalla cultura, dalle intenzioni, dall'epoca storica in cui l'artista è vissuto, nel suo tempo e nel suo spazio, ovvero la sua storia, compiendo perciò un passo in avanti. Scrive il filosofo e storico italiano Benedetto Croce: “L'arte può essere definita quindi come intuizione-espressione, due termini inscindibili, per cui non è possibile intuire senza esprimere né è possibile espressione senza intuizione.

Ciò che l'artista intuisce è la stessa immagine (pittorica, letteraria, musicale ecc.) che egli per ispirazione crea da una considerazione del reale, nel senso che l'opera artistica è l'unità indifferenziata della percezione del reale e della semplice immagine del possibile. La distinzione tra arte e non arte risiede nel grado di intensità dell'intuizione-espressione. Tutti noi intuiamo ed esprimiamo: ma l'artista è tale perché ha un'intuizione più forte, ricca e profonda a cui sa far corrispondere un'espressione adeguata”.

Dunque, la felice intuizione del Croce sta nell'aver rivelato l'importanza del ragionamento estetico e nell'aver sostenuto “quelle verità filosofiche che la storia, di volta in volta distrugge; ma che, alla fine, sono alla base delle nuove verità”. L'Autrice, dunque, illustra in maniera particolareggiata ogni singolo aspetto del quadro botticelliano - senza tediare in alcun modo il lettore - toccando in ogni Capitolo, tutti gli aspetti che possono dirsi congiunti all'Opera e non; passando di volta in volta a setaccio - come avrebbe fatto “un novello Sherlock Holmes” il percorso storico, i vari criteri interpretativi che, proprio a partire dall'età rinascimentale fino ad arrivare ai giorni nostri, sono stati applicati al quadro, per arrivare a conoscere quale potrebbe essere stato il vero motivo, che abbia spinto il geniale Botticelli a raffigurare nella sua tela, quei nove personaggi ritratti sullo sfondo costituito dagli alberi del boschetto carichi di frutta disposti a semicerchio e il prato cosparso di fiori; ed ancora quale potrebbe essere il vero significato che si cela dietro quelle linee morbide e flessuose, a tratti leggiadre di straordinaria bellezza ed armonia, i cui colori a tempera tenui balzano alla vista di chi si lascia rapire “la psiche e l'anima”. Opera eterna, intramontabile, commentata da generazioni di critici, studiosi o semplici studenti, professori, turisti e osservatori, che ogni giorno visitano la meravigliosa galleria degli Uffizi a Firenze.

Ma che, se letta con uno sguardo nuovo, curioso e con spirito indagatore; magari "pensando a come pensava l'artista", rivelerà segreti inaspettati, a chi è dotato, oltre che di uno spirito critico, anche di forte sensibilità! Vi sono numerose interpretazioni relative al dipinto, e l'una o l'altra critica messe a confronto risultano positive, perché ci permettono di completare “quel puzzle” fatto di conoscenze e vari ragionamenti, e qualche volta non mancano i dubbi e le incertezze, che seppur contrastanti fra loro ci servono in toto per arrivare fino in fondo alla verità. La Salerno con questo suo studio non fa altro che mettere insieme queste interpretazioni, le confronta e alla fine si scopre - e questo lascia un po' tutti basiti - che nell'opera si trova ogni tipo di argomento: si spazia dalla mitologia (un ritorno a soggetti mitologici - basti pensare infatti alla ripresa di un racconto mitologico del poeta latino Ovidio - così il dio del vento (Zefiro) insegue la ninfa Clori e la trasforma in Flora, la dea dei fiori della primavera) alla filosofia ( il neoplatonismo di fine '400); dall'astronomia all'astrologia; dalla letteratura (la scena rappresentata ha delle assonanze con i versi del Poliziano, è stata tratta con tutta probabilità da un passo “dell'Asino d'oro” romanzo di Lucio Apuleio scrittore latino del II secolo d.C) alla storia (la storia personale vissuta dall'artista o dal fruitore); dalla matematica alla geometria; dalla fisica (i corpi e le vesti appaiono senza peso) alla botanica (nel quadro figurano quasi cinquecento specie di piante, fra cui centonovanta fiori); dalla danza (le Grazie ballano intrecciando le loro mani) alla teologia (quel giardino pieno di fiori doveva rappresentare forse il Paradiso); dalla filologia alla simbologia ecc. Con Botticelli scrive, infine, lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan: “Per la prima volta un pittore del Rinascimento tende al "bello" come fine supremo”.

Questa tela sarebbe stata commissionata a Botticelli per il matrimonio di Lorenzo di Pierfrancesco, giovane cugino del Magnifico, con Semiramide Appiani, avvenuto nel 1482: si sarebbe trattato, dunque, di un quadro - sermone, volto a spingere il giovane Medici allo studio della retorica e della poesia? Tanti sono gli interrogativi e molteplici sono i dubbi che affollano la nostra mente, nel tentativo di dare la giusta interpretazione alla tela; anche se poi non mancano le risposte! Ma procediamo per gradi con la descrizione delle possibili interpretazioni. Innanzitutto a Botticelli vanno i meriti dell'aver saputo esprimere la bellezza spirituale, ossia quella capacità di riconoscere ed apprezzare il bello, il bene e il vero. Sul piano estetico, invece, il quadro risulterebbe non solo un “inno alla bellezza”, “alla grazia” e “all'armonia” - basti pensare - che i colori usati dall'artista sono brillanti e preziosi, le donne raffigurate con sensualità appaiono affascinanti; il ritmo della composizione è basato sulle linee curve; ma anche “un'allegoria dell'amore” o “di una stagione, come quella primaverile” o ancora “l'espressione di una teoria filosofica”, che si caratterizza per un sapere umano universale e razionale, che prende il posto del mito; ovvero il lògos che soppianta la condizione istintiva, dippiù la logica che soppianta l'immaginazione, la ragione che soppianta l'irrazionalità.

Chissà se proprio in virtù di tale condizione di aspettative, che va letta ed analizzata quest'opera strabiliante. Ma a mio avvivo, la chiave di lettura del dipinto Botticelliano, e da ricercarsi solo “nella cultura platonica” (come Pico della Mirandola, Poliziano ed altri artisti che erano di quel periodo storico seguivano le sagge lezioni platoniche tenute dal filosofo italiano Marsilio Ficino); e difatti citando nuovamente il filosofo Platone e cogliendone il suo pensiero filosofico intriso di poesia e mito, non si può fare a meno di citare il suo pensiero secondo cui: “il bello corrisponde al buono”; per concludere poi ed arrivare all'altro concetto importante, secondo cui, quest'ultimi si identificano con il corpo femminile e con le meraviglie della natura. Dunque l'amore e la bellezza potrebbero essere in ultima analisi i principali temi del dipinto, che lo ribadisco, vanno letti solo in chiave marcatamente “neoplatonica”; e difatti nelle figure di destra si riconosce l'amore carnale, istintivo e passionale - come infatti l'artista fiorentino al centro della scena ritrae Venere, la dèa dell'amore e al di sopra di lei l'angioletto alato Èros (Cupìdo) -; mentre nelle figure di sinistra si raffigura l'amore spirituale, puro, che eleva l'uomo a Dio - e appunto questo spiegherebbe il motivo, per cui appaiono le tre Grazie che danzano armoniosamente e Mercurio, che scaccia le nubi con il suo caducèo -.

Per essere ancora più precisi, nella descrizione fatta delle tre Grazie, si riscoprono i tre aspetti dell'amore secondo quanto sosteneva sempre il Ficino, e cioè: Voluptas (descritta con i capelli sciolti), Castitas (centrale con atteggiamento pudico); ed infine Pulchritudo ( a destra, in elegante posa). E in effetti è sempre lo stesso Platone che nel “Convito” ci parla della duplice natura di Èros che: “se fosse stato figlio di Afrodite Pandemon (terrena) allora avremmo avuto l'amore sensuale, materiale; contrariamente se fosse stato figlio di Afrodite Urania (celeste), in quel caso avremmo avuto l'amore spirituale”. Avvicinandomi ormai alla conclusione di questo mio studio introduttivo, non posso che nuovamente ribadire l'importanza del tema trattato, l'accuratezza di come è stato analizzato e curato; sottolineando il mio più forte plauso alla cara amica e collega Mariarosaria - augurandole personalmente tanto successo e soddisfazioni in ogni campo - e non posso non tralasciare di menzionare, anche, con un doveroso ringraziamento il Dott. Atanasio Bisignano, Pubblicista-Critico e Titolare della Casa Editrice Cliodea, che ha voluto con tutto il cuore la realizzazione di questo corposo volume, che se letto attentamente, può essere monito per i giovani a riscoprire quei valori unici, inalienabili che appartengono, non solo alla storia passata, ma alla modernità, che sono fondamentali, per la costruzione di un futuro solido, radioso, ricco di speranze, fondato sull'amicizia, il dialogo, il rispetto reciproco e il benessere della collettività.

Auguro anche a Lui tanto successo per una brillante carriera e per la pubblicazione di tanti altri lavori come questo, realizzato con impegno, tanta serietà ed originalità. In ultimo, un ringraziamento lo esterno anche all'equipe grafica, che lavora a stretto contatto con noi e che ci ha regalato le bellissime immagini, contenute nel libro.

Prof.ssa Donatella Bisignano (Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione della Casa Editrice)